Massimiliano Boni
Leggo la realtà attraverso i colori, vivo il mio ebraismo attraverso l’arte
Riflessi Menorah, 26 settembre 2021
Quando sei arrivato in Italia?
Sono arrivato a Roma nel giugno del 67, come la maggior parte degli ebrei italiani e libici.
Mi racconti il tuo inserimento nella comunità italiana?
Avevo 7 anni. Il mio ricordo più profondo è dato dalla difficoltà e dal disagio provati.
Che intendi?
Ero arrivato che avevo difficoltà a leggere l’ebraico, e credo che questo mi abbia condizionato, quasi emarginandomi. Insomma, è come se essere un ebreo di Tripoli mi abbia fatto vivere l’esperienza di un mio limite. Da piccolo percepii queste sensazioni in modo molto negativo. Mi sentivo considerato fuori, vivevo l’ambiente che mi circondava in modo estraneo. Tutto ciò veniva compensato dal mio nucleo familiare, che mi ha protetto, per tutta l'infanzia. Il nido della famiglia, dei miei genitori, ha in qualche modo attutito questa mia difficoltà di integrazione. Poi, parlando più avanti con altri ebrei tripolini, ho capito che c’era un altro problema.
Quale?
La comunità mi sembrava, crescendo, fosse divisa in categorie, o “caste”, come se gli ebrei romani fossero “più ebrei” degli altri, ossia di noi ebrei di Tripoli. A volte mi sentivo differente in quanto tripolino. Penso che in parecchi abbiamo vissuto quell’esperienza. Credo che la causa fosse che noi, provenienti da un crogiolo di culture più fluide, dentro una più netta e consolidata, come quella romana, trovassimo difficoltà a riconoscerci.
E l’arte? Ti ha aiutato a superare questa fase? Quando hai capito che era la tua strada?
Certamente. Di questa diversa sensibilità ne ho fatto un punto di forza. Ricordo di avere sempre avuto questa sensibilità. Già prima media arrivarono i primi riconoscimenti per il disegno, e la vincita di un viaggio in Israele. Mi sono sentito subito un artista: giocavo con i colori, assembravo le forme con il modellismo, sono cresciuto con i colori Giotto in casa, sono stati il segnale per me che quella sarebbe stata la mia strada: è uno dei ricordi più potenti dell’infanzia. Mi ricordo di quando per le strade comparvero le prime linee blu dei parcheggi a pagamento – erano gli anni 70 –, e la cosa colpì subito la mia immaginazione; oppure ricordo le luminarie di Tripoli, con le lampadine gialle, rosse, vedi e bianche, e che ho poi ho riprodotto fedelmente nel mio studio. Frequentai il liceo artistico, e lì maturai in pieno la mia dimensione artistica. Acquistai sicurezza e consapevolezza della mia identità di artista. Direi perciò che l’ambiente ebraico, ma soprattutto il mondo religioso, ma forse per mia incapacità, l'ho vissuto come un conflitto per la mia libera espressione estetica ed esistenziale.
Hai dei maestri ai quali ti ispiri, o delle correnti in cui ti inserisci?
Dipingo da oltre 40 anni. All’inizio fui influenzato da Antonio Lopez García, un artista figurativo aperto anche all’informale e al concettuale, uno dei più importanti della sua generazione, assieme a Lucien Freud. Lopez mi fece invitare alla biennale di Venezia, quella curata da Sgarbi, nella quale 200 artisti internazionali dovettero segnalare artisti italiani; bè, io fui l’unico pittore italiano indicato, e questo resta un mio vanto. Altri artisti per me importanti sono stati, anche se può sembrare strano, Jackson Pollock, e Duchamp, perchè hanno arricchito la mia pittura di una profonda ricerca conceuale e di pensiero.
Quali sono le tue maggiori esposizioni? Dove si possono trovare oggi le tue opere?
Sono presente in varie collezioni pubbliche e musei, tra i quali il Macro di Roma, la Fondazione Cavallini-Sgarbi a Ferrara, la Collezione Benetton, e il Nuseo Michetti per citarne alcune. Tra i vari storici e critici d'arte, cito Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Edward Lucie.Smith, Lorenzo Canova. Ma ho anche collaborato anche con artisti come Pino Daniele o la Fender. Ho fatto antologiche, al MACRO di Roma con Simongini e al Festival dei Due Mondi di Spoleto con Gianluca Marziani e come ti ho detto alla Biennale di Venezia nel 2011, invitato sia al Padiglione Italia che quello della Repubblica Cubana. Esposto, sempre con Sgarbi a Palazzo Reale a Milano e con Luca Beatrice a Palazzo Reale di Torino.
Molte delle tue opere hanno al centro il cambiamento urbanistico. Ne emerge anche una certa solitudine umana. Come leggi il cambiamento della società italiana di questi anni?
Guarda, vengo spesso dalla critica letto come un’artista di denuncia sociale, cosa che assolutamente non credo essere il presupposto principale. Io faccio un lavoro estetico, mi interesso delle periferie della città semiperiferica (come analizzato da Marco di Capua), e non quelle più degradate. Ci sono opere di indubbia qualità del centro storico, ma che a me non interessano, mentre altre in periferia colgono la mia attenzione. È vero che rappresento la solitudine, ma con la S maiuscola. In architettura, spesso, la presenza umana è eliminata. A volte però inserisco mia moglie, come fosse l'unità di misura della composizione, come fosse una fettuccia metrica.
Sei un ebreo credente?
Sono agnostico; ritengo infatti che l’ateismo sia una forma di presunzione. Sono agnostico perché questo mi dà forza per costruire la mia individualità. Del resto, c’è sempre tempo per dare una risposta sulle domande fondamentali! Ma soprattutto, praticare la pittura come esercizio quotidiano, di concentrazione, è per me, la più alta forma di meditazione naturale dell'anima, anche se laica.
Mi hai parlato delle difficoltà dell’inizio. E oggi? Qual è il tuo rapporto con la comunità romana e tripolina?
Vivo un ebraismo tutto mio, laico. Mi sento molto ebreo quando vedo il Maccabi in Champion League e soprattutto la bandiera d’Israele, che ritengo una delle più belle al mondo. Quanto al resto, la mia famiglia era abbastanza osservante, sebbene tale fede non poggiasse su uno studio molo approfondito. Io invece ho sempre respinto la ritualistica, ma naturalmente apprezzo quei credenti che hanno un rapporto di autenticità con il divino. Unica strada che può portare ad una trasformazione del sè interiore. Della mia infanzia mi resta il bel ricordo del venerdì sera: era bellissimo l’incontro con la famiglia, con i miei cugini. Oggi mi sento più ebreo quando sono fuori dall’ambiente ebraico; ma all’interno del mio mondo di provenienza vivo una condizione di insoddisfazione, credo comune a tanti.
Questa tua insoddisfazione ha anche a che fare con la tua identità di artista? Come sappiamo, l’ebraismo ha sempre avuto una certa diffidenza verso le arti figurative.
Ti risponderò con le parole di Josef Brodsky, che quando gli veniva chiesto se si sentisse uno scrittore ebreo, rispondeva che lui si sentiva come prima condizione, quella di essere uomo, e che poi si accorgeva di essere ebreo dallo sguardo degli altri. Al Macro, per esempio, Gabriele Simongini si accorse, e mi fece comprendere, dell'importanza che io do ai titoli dei mie lavori, dove in questi colse a volte l’ironia yiddish. L’ultimo pezzo, ad esempio, si chiama “Ritratto triplo di un tripolino”: più yiddish di così si muore. E quindi anch'io rispondo come Brodsky.
La mia individualità e la mia idea di estetica cerca di vincere continuamente il contorno del mondo in cui vivo. Sono contro l’imposizione di stilemi di vita. Però forse hai ragione, forse il fatto che esistano pochi artisti ebrei deriva proprio da questo, dal divieto di rappresentazione. Quanto a me, allora mi sento più vicino alla cultura occidentale: mi piace questo aspetto ludico, l’edonismo e il piacere e la coltivazione dello studio della forma. Al contrario, ho sempre visto l’ebraismo come una forma religiosa abbastanza faticosa per me, perchè il mio è un emperamento gioioso e giocoso, anche negli aspetti più seri della vita
Come hai vissuto il lockdown?
Fisicamente, non è cambiato molto, perché gli artisti devono vivere molte ore della giornata in assoluta solitudine, però ho scoperto una Roma che assomigliava a Berlino est prima della caduta del muro del 1989, una Roma meravigliosa e senza turisti. E poi la pandemia ha colpito la mia immaginazione. Ad esempio feci un disegno che rappresentava il palazzetto dello sport di Pierluigi Nervi al Flaminio, e che visto dall’alto sembrava un coronavirus.
Progetti futuri?
Preferisco mantenere un po’ di riserbo. Posso però dirti che sto lavorando su una tematica nuova, quella dei bagnanti in costume, con giochi d’acqua. Ho comunque diversi progetti in cantiere. Vedremo.